VERONA- IN GOMMONE SULL’ADIGE E POI 12 RANGERS ALPINI RICEVONO CAPPELLO E PUGNALE

Resterà la loro missione più facile. Sbarco dai gommoni a Castelvecchio e marcia verso Palazzo Carli. Poi la cerimonia. Ma la ricorderanno per la vita i dodici ex allievi di un corso, due anni di prove estreme per mente e fisico, da ieri «Ranger», soldati d’«élite» dell’Esercito: Alpini paracadutisti del Quarto Reggimento ma dipendenti, ora, dal Comfose, il Comando operativo forze speciali.«È una sua scelta, ci inorgoglisce e preoccupa», confessano Elena e Lorenzo, genitori di uno dei «laureandi», «ma questo mondo ha bisogno anche di ragazzi così». E quasi tutti ragazzi sono. «Cinque minuti per fumare», concede il comandante dopo l’arrivo dal fiume. Poi tutto sarà tacchi sbattuti e sguardo fiero. Anche quando il comandante di corso, il «professore» per due anni, toglierà con un gesto secco il berretto nero di lana, stringerà la mano e manderà a ricevere quello strano e inimitabile cappello alpino, il distintivo del Corpo e il pugnale con la matricola personale incisa. L’emozione è ricacciata dentro.

LA «DOZZINA». I «dodici» sono, nelle parole del colonnello Alessio Cavicchioli, comandante del 4° Reggimento alpini paracadutisti Ranger, «professionisti in grado di gestire l’impiego delle più moderne tecnologie e sistemi capacitivi».Schierate tutte le autorità civili, dal sindaco Federico Sboarina al presidente della Provincia Manuel Scalzotto, dal questore Ivana Petricca al comandi di tutte le forze dell’ordine. Tutti uniti, nel cortile di Palazzo Carli, con padri, madri, fratelli, sorelle, mogli e fidanzate. «Voi siete l’Italia, quella che noi dovremo difendere sempre con onore in caso di bisogno, non solamente in armi», ricorda il generale comandante del Comfoter Supporti, Giuseppenicola Tota, «ma anche nelle pubbliche calamità». Di pochi mesi fa l’intervento nel Bellunese a fianco delle popolazioni colpite dalla «tempesta Vaia».BANDIERE. È una giornata speciale. Soldati che di solito operano con i volti coperti dai passamontagna si offrono ai video girati da sorelle e «morose» incuranti del freddo in un San Valentino singolare e memorabile. Torneranno numeri di matricola e nomi in codice nel momento dell’azione. Sette bandiere fanno compagnia al «Tricolore di Guerra» (quindici medaglie) del 4° Alpini paracadutisti: Afghanistan, Libano, Somalia, Niger, Libia, Iraq e Antartide, i «teatri» in cui, a vario titolo, sono impegnati i Ranger. La formula è secca: «Numero… chiedo il permesso di inquadrarmi». «Permesso accordato», replica il comandante. È una giornata speciale. Roberta, la sorellina, ottiene il permesso di appuntare lo stemma sulla divisa del fratello. Lo guarda con tenerezza, lui si comporta da soldato. Hanno un’intesa speciale. I commilitoni di sicuro lo invidiano.LA MISSIONE. «Si è forti quando si ama, si è pronti a dare sé stessi e si crede nella pace», scandisce di fronte ai neo-Ranger e ai reparti in armi l’Ordinario militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, «il nostro vescovo», come lo definisce con affetto il generale Tota. «Viviamo oggi una crisi di appartenenza, eppure l’Italia ha il cuore aperto, come una famiglia allargata senza differenze. E i militari, quando difendono, non chiedono la carta d’identità». «Siete», aggiunge, «una certezza, una luce in un Paese che potrebbe rischiare di rimanere al buio». A buon intenditor…Il «rompete le righe» chiude la cerimonia. Il rinfresco l’hanno preparato i detenuti del carcere di Montorio protagonisti del progetto «Sbagliando s’impara». E anche questa è una luce nel buio. I guerrieri, intanto, tornano figli, mariti e fidanzati. È la giornata da ricordare nelle settimane di missione

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