Forze speciali/ Cento giorni all’inferno. Un Incursore si racconta

“Cento giorni all’inferno” sono quelli trascorsi nel deserto dell’Afghanistan che Claudio Spinelli, ex componente della Task Force 45 ha raccontato nel suo libro “Forse Speciali” edito da Amazon. Il gioco di parole dell’autore, è un modo originale per proiettare fin da subito, anche il lettore meno informato sul mondo dei soldati d’élite, in un universo molto particolare, quello degli Incursori. E “Si scrive con la I maiuscola” – avverte Spinelli. I nostri “commandos” si chiamano appunto Incursori, eredi degli Arditi della Prima Guerra Mondiale, oggi inquadrati nel 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. Sono loro il meglio che il nostro Esercito può mettere in campo nei momenti più critici. Sono l’estrema ratio, l’ultima risorsa, il top al quale affidarsi per scongiurare una minaccia per la sicurezza nazionale, salvare civili in ostaggio o raggiungere un obiettivo strategico nella lotta contro il terrorismo.

Per questo in Afghanistan hanno rappresentato la “punta della lancia” del nostro contingente. “Operazione Sarissa”, infatti, si chiamava il dispiegamento delle nostre forze speciali. Uomini del Col Moschin, operatori del Goi della Marina, carabinieri del Gis e incursori dell’Aeronautica hanno costituito l’ossatura della Task Force 45, l’unità che fino al 2016 ha dato la caccia ai talebani ed ai leader del fondamentalismo nei deserti e sulle aspre montagne afghane.

Claudio Spinelli è stato fino al 2017 uno di quei soldati “invisibili”, combattente di una guerra “nascosta” ai più ma che è servita a tenere lontana la minaccia terroristica dal nostro Paese. Pugliese doc, quarantunenne oggi Spinelli lavora nel settore della sicurezza privata, ma la sue esperienza militare lo rende un autorevole rappresentate di un reparto che “speciale” lo è per davvero, non “forse”. Il suo libro non è un racconto, ma un vero e proprio diario di guerra, dove il lettore avverte le  sensazioni che l’autore ha voluto trasmettere:  il fastidio per la sabbia che entra dovunque, la paura di cadere in una imboscata, il senso di angoscia nel vedere un Lince sconquassato da un ordigno improvvisato, la carica adrenalinica dell’azione contro una “minaccia” che ti fa fare fino in fondo quello che “si ha da fare”.

E’ la prima volta che un Incursore si racconta e racconta cosa succede realmente nei teatri operativi lontano dall’Italia. Per un antico vizio nazionale le nostre forze armate sono sempre state relegate nel ruolo di crocerossine, baby sitter o distributori di viveri. Letteratura e cinematografia hanno sempre trattato il tema poco e male. Tranne pochi esempi recentissimi (il romanzo “Task Force 45 Scacco al califfo” di Giampiero Cannella, o “Comandante Alfa” scritto dall’ex numero uno del Gis),   scarsissime sono state le pubblicazioni sul tema.

Eppure i nostri ragazzi del 9° Reggimento Col Moschin non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri della Delta Force o dei Seal statunitensi. Sono giovani motivati, disposti al sacrificio più estremo, super addestrati  e innamorati dell’Italia. Si sottopongono ad anni di duro training per superare ogni limite, sono paracadutisti, uomini rana, sciatori e rocciatori, sanno utilizzare qualsiasi arma e inventarsene una in caso d’emergenza. Non sono Incursori perché amano la violenza, ma perché sono disposti ad usare tutta la forza necessaria per difendere un compagno, un civile o il Paese in caso di minaccia. 

Claudio Spinelli è “uno di loro” ed ha voluto raccontare la sua vita nei cento giorni a Farah, la base avanzata che ha ospitato due distaccamenti della TF45. Una storia fatta di emozioni, di amicizia, di fatica e di sangue, quello dei commilitoni e quello del nemico. Con un linguaggio crudo, essenziale ma efficace, l’autore rende perfettamente l’idea e presenta al lettore questi soldati “invisibili”, questi eroi nell’ombra che quotidianamente e da anni, nei Balcani, in Somalia, in Libano, in Iraq, in Libia, in Afghanistan, in Niger e chissà dove ancora, fanno il loro dovere in silenzio e fino in fondo. Un universo ai più sconosciuto sul quale è doveroso accendere i riflettori, non fosse altro che per dire loro: “Grazie”.

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